Il 23 luglio c’è Fabrizio a Nùoro. Io vado. Anche da solo, con la Panda quattro per zero.

“Cosa vuol dire?” Chiese mio zio.

“Che la mia Panda aragostana, nessuna insolazione e nessun legame con Alghero, funziona per inerzia: ricevuta una spinta iniziale, procede da sola”.

“Allora vengo anche io. Però andiamo con la mia. Biglietti? Costo? Posto?”

“So solo che è a Nùoro e quest’anno  a Cagliari non verrà”.

Il pomeriggio, quasi primo, del 23 luglio 1998, salimmo in Barbagia. Non sapevamo che saremmo stati tra i cinquemila a vedere l’ultimo concerto di Fabrizio in Sardegna. A due sughere di distanza dall’Hotel Supramonte. Fu anche uno dei suoi ultimi concerti in assoluto. Il tour venne interrotto a settembre: quello di Pegli era malato. A gennaio del 1999, dopo quella sua per Tenco, del 1967, ci fu  un’altra preghiera. Smisurata. Era la nostra.

Sulla 131 non trovammo l’ultimo sole , nessuna ombra e neanche un pescatore.

La Carlo Felice non era una distesa di segatura, ma di asfalto ribollente. Niente vallate dove l’ulivo si abbracciava alla vite.

Giunti con notevole anticipo in città, io ero quello più pratico: per “ben” due volte ero stato allo stadio.

Dopo un girovagare, acqua, panini, caffè e boh…individuammo il posto. L’ anfiteatro di via Catte. A mezzo duruduru, c’era Oliena e pensavamo a Gianfranco Zola. Quindi la fila per uno col resto di niente, neanche del Carlino, al botteghino. Dove trovammo unaragazza  di Villacidro.

Seduti nei gradoni, aspettavamo che il tutto avesse inizio. Mio zio si guardò intorno e disse: sono il più vecchio. Aveva 52 anni. Non era vero. Doveva compierli dopo otto giorni. Io ne avevo venti meno. Non è vero: 19 anni e mezzo in meno.

Check-sound o sound-check? No. Prove, suoni.

Luvi, Cristiano, Ellade Bandini eccetera. Verso le nove, si accendono le luci e tacciono le voci: le nostre.

Il genovese-genoano-gaddurese sboccia sul palco.

Siamo…siamo...sì, lo siamo molto.

“ L’infanzia di Maria”, “ Il testamento di Tito”, le sue spiegazioni delle canzoni, gli elogi della solitudine. Siamo commossi tutti quanti come non si può… Perché se fosse stata possibile, la descrizione sarebbe stata già scritta e descritta.  Luvi è sarda, lo dice il babbo mentre canta con lei “ Geordie”. Cristiano è un polistrumentista eccellente ( anche se sognava altro ). Molti brani hanno l’arrangiamento della Pfm: fine anni settanta.

Come “Bocca di rosa” e “ Via del Campo”. Nel 1997  Fabrizio e Fossati scrivono “ Anime salve”. Da quell’ultimo album, emigrano nei nostri cuori, non coperti da una coperta scura, “ Disamistade”, “ Ho vista Nina volare”, “ Le acciughe fanno il pallone” e le altre reliquie . Tutti e cinquemila viaggiamo nella stessa direzione: sempre più ostinata e sempre più contraria. D’altronde per la stessa ragione del viaggio viaggiare, non ammette altre destinazioni. Quattro-cinque ragazze hanno un lenzuolo. Con una bomboletta spray nera, come certe nuvole, come i corvi, hanno ricamato poche parole: Che bella compagnia!

Lo agitano in continuazione. Sembra un’onda marina. Ne sentiamo la salsedine. Ne assorbiamo l’odore. “ Volta la carta” e poi…Fabrizio decide di chiudere con “ Zirichilaggia”. Io conosco le parole e le pronuncio meglio di un afono-dislessico. Se è per quello non ne capisco neanche il senso.

Quando Fabrizio ci saluta, in tanti, siamo veramente in tanti arrivati dal sud del nostro sud, ci chiediamo: l’anno prossimo, verrà a Cagliari?

Pochi mesi dopo avevamo capito che non sarebbe più venuto a trovarci. Dopo che la sua assenza apparecchiò la cena, non volle dormire sulla collina. Decise di farsi cremare. Le ceneri vennero disperse e noi ci sentimmo persi.

Anzi: ci sentiamo persi.

Ma continuiamo a innamorarci di tutto.

Anche se non sempre corriamo dietro ai cani.

Marcello Atzeni