Conto alla rovescia per Marco Buttu. L'Ingegnere gavoese in missione in Antartide ai limiti del possibile, ai confini del mondo.

Un anno nei ghiacci dell'emisfero australe, sfidando le insidie del clima antartico

Un anno nel deserto ghiacciato dell'Antartide a sperimentare l'atmosfera, il cielo, la terra e la biologia dell'uomo. Sono questi i temi al centro degli studi che il PNRA (Programma Nazionale di Ricerche in Antartide), l'ENEA (Agenzia per le nuove tecnologie l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), e il CNR (Consiglio Nazionale delle ricerche), in collaborazione con l'IPEV francese (Institut Polaire Paul-Emile Victor) affronteranno, inviando tredici professionisti europei in una mission quasi impossible.

Presente anche un ricercatore sardo, Marco Buttu, gavoese, ingegnere elettronico già impegnato all'Osservatorio Astronomico di Cagliari e che a breve si troverà ad osservare le stelle in quel Polo Sud del mondo così ostile e sconosciuto. Ma non a Marco Buttu, non ai tredici fortunati, o coraggiosi, dell'ambizioso progetto, tra i quali anche un cuoco e un medico, pronti a sfidare i limiti della fisiologia umana e a lavorare per un anno intero a Concordia, una base di ricerca permanente franco-italiana situata sul plateau antartico, nel sito denominato Dome C, a 3233 metri di altitudine, a -80 gradi centigradi e in un ambiente di aria secca carente di ossigeno.

Ma cosa faranno nello specifico e come affronteranno le insidie del clima antartico?
A pochi giorni dalla partenza lo abbiamo chiesto all'Ing. Marco Buttu, che nei ghiacci dell'emisfero australe, tra la lettura di "Un anno sull'altipiano" di Emilio Lussu e le asana dello yoga, porterà orgogliosamente in alto il nome di Gavoi e della Sardegna.

 

Chi è Marco Buttu in breve?

Sono una persona normalissima, senza particolari doti. Ho vissuto e studiato a Gavoi, sino ai miei diciotto anni. Mi sono poi iscritto all'università di Cagliari, in Ingegneria Elettronica. Conseguita la laurea ho vissuto per un breve periodo a Losanna, in Svizzera, e poi al rientro ho iniziato a lavorare per l'Istituto Nazionale di Astrofisica - Osservatorio Astronomico di Cagliari, dove tuttora lavoro.

Cosa farà di preciso nell’Antartico?

Sarò il responsabile dell'Osservatorio Astronomico, dove è installato un grande telescopio a infrarossi, per cui il mio compito principale sarà effettuare osservazioni astronomiche, eventualmente sviluppare o manutenere il software di controllo del telescopio e, in generale, occuparmi di tutto ciò che riguarda i progetti astronomici. Per via della mia laurea in Ingegneria Elettronica ho un profilo abbastanza trasversale, per cui mi sono stati assegnati anche dei compiti tecnici e, qualora ve ne sia bisogno, dovrò effettuare misure sia di eventi sismici, sia del campo magnetico terrestre.

Ha mai pensato che il suo lavoro in Sardegna lo avrebbe infine potuto portare così lontano? Era preparato?

In questi ultimi due anni ho spesso desiderato un'esperienza di vita e lavorativa all'estero. Pensavo di andare in Sudafrica, a Cape Town, perché c'era una possibilità di lavoro molto interessante e mi piaceva pressochè tutto del posto, dall'ambiente multietnico alla possibilità di praticare kitesurf. Ma mai avrei pensato a questa avventura incredibile, nel posto più isolato del pianeta, lontano da ogni forma di vita. Non ero preparato quindi e questo ha reso il tutto ancora più intrigante e affascinante, celato da un alone di magia che ancora non si è dissolto.

Quali sono le finalità di questo progetto?

Il principale obiettivo è fare ricerca scientifica in vari ambiti, come l'astronomia, la glaciologia, la geodesia, la fisica dell'atmosfera e la biologia umana. A ciascuno di noi ricercatori sono stati assegnati uno o più progetti di ricerca. Ad esempio, come ho detto prima, io dovrò occuparmi delle osservazioni astronomiche. Solamente sei di noi su tredici sono ricercatori, poiché c'è anche un medico, un cuoco e dei tecnici che si dovranno occupare della manutenzione e supervisione della stazione. Inoltre, noi tredici siamo solamente la punta di un iceberg. Dietro le quinte c'è un'enorme macchina organizzativa che coinvolge due Stati e diversi enti. Dal lato italiano c'è' il PNRA (Programma Nazionale di Ricerche in Antartide), l'ENEA (Agenzia per le nuove tecnologie l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), che ha il compito di pianificare e attuare le spedizioni in Antartide e, il CNR (Consiglio Nazionale delle ricerche), che coordina i progetti scientifici in campo; dal lato francese l'IPEV (Institut Polaire Paul-Emile Victor). Questo aspetto di cooperazione tra Italia e Francia rende ancora una volta Concordia un posto unico, dato che nessun' altra stazione in Antartide è gestita da più Stati.

Quali sono secondo lei gli aspetti più critici e come pensa di affrontarli?

Sono veramente tanti, da quelli legati ai fattori ambientali sino a quelli di convivenza in un ambiente ristretto e isolato. Ci saranno ad esempio dei pericoli dovuti all'attività lavorativa al freddo, perché dovremo spesso uscire dalla base per svolgere il nostro lavoro. Un freddo per noi inimmaginabile, dato che le temperature arrivano sino a -80 gradi. L'aria sarà molto secca perché il clima è desertico e questo potrebbe causare problemi alle vie respiratorie. Anche la carenza di ossigeno non è da sottovalutare. Ci troveremo infatti a quasi 4000 metri di quota equivalente e, fatta eccezione per alcune popolazioni indigene di alcuni posti, tra i quali ad esempio il Tibet, che però si sono adattate alla carenza di ossigeno nel corso dei millenni, nessun altro al mondo si trova in queste condizioni, ovvero per un intero anno in carenza di ossigeno, se non noi che trascorriamo l'inverno a Concordia e i tredici russi che trascorrono l'inverno alla stazione Vostok. Alcune conseguenze dell'esposizione prolungata all'altissima quota sono note, come ad esempio i disturbi del sonno. Altre si sta cercando di capirle e, da questo punto di vista, Concordia è un laboratorio unico al mondo, ed è anche per questo motivo che l'Agenzia Spaziale Europea (ESA) ci monitorerà per l'intera durata della spedizione. Infatti nelle future missioni spaziali si vorrebbe limitare l'ossigeno a bordo dei veicoli, in modo da ridurre sia il rischio di incendio sia i consumi.

Le problematiche legate alla carenza di ossigeno spero di poterle limitare praticando yoga, dato che le tecniche di respirazione (pranayama) sono un elemento chiave di questa disciplina. Ma anche su altri fronti sono convinto che la pratica dello yoga possa essermi d'aiuto.

Da chi è composto il team di lavoro? Ci saranno anche donne?

Durante i nove mesi invernali saremo in tredici: due donne e unidici uomini. Le donne sono entrambe ricercatrici: una glaciologa francese, una dottoressa austriaca responsabile dei progetti di biologia umana, che lavora per conto dell'Agenzia Spaziale Europea. Ci sarà poi un cuoco, un dottore, un informatico, un elettronico, tutti italiani, poi quattro tecnici francesi che si occuperanno della manutenzione degli impianti. Infine io, un altro glaciologo e un fisico dell'atmosfera, tutti e tre arruolati dal lato italiano.

Il 18 novembre, giorno della partenza, si avvicina. Cosa porterà con sè in questo lungo anno in mezzo ai ghiacci?

Ho iniziato mettendo in valigia la foto di mia moglie, la bandiera della Sardegna e il tappettino da yoga, e poi ho proseguito aggiungendo vari regali. In particolare i miei amici mi hanno regalato un calendario del 2018, con le pagine riempite di fotografie dei momenti trascorsi insieme. I ragazzi delle scuole medie di Gavoi hanno scritto ciascuno un messaggio che non ho ancora letto perché voglio farlo a Concordia durante l'inverno. Il Taloro Calcio mi ha regalato il gagliardetto, che appenderò in camera. Porterò poi tantissimi libri, la maggior parte in formato elettronico, ma qualcuno anche cartaceo, come “Un anno sull'altipiano” di Emilio Lussu, ”Gödel, Escher, Bach e "Un'eterna ghirlanda brillante” di Douglas Hofstadter. Infine, il mio computer portatile e l'attrezzatura fotografica.

C'è qualcosa di cui non potrebbe fare a meno e che magari non è compatibile con la sua missione?

Sì, la frutta e la verdura fresche, che per la maggior parte del tempo là non avremo.

A proposito, ho visto che ha molte passioni: fotografia, kitesurf, yoga per l'appunto. Kitesurf a parte, mi pare di capire che dunque avrà del tempo libero e la possibilità di dedicarsi ad alcune di queste attività? Voglio dire, lo yoga in un deserto ghiacciato non è per tutti...

Difficilmente potrei rinunciare ai benefici dello yoga, infatti una delle prime cose che ho sistemato in valigia è stato proprio il tappetino.
In realtà ho anche pensato di portarmi un kite da usare sul ghiaccio, ma poi ho desistito...
Sicuramente scriverò, perché quest'anno ho iniziato un nuovo libro e l' avventura antartica si sposa perfettamente con il tema e il resto della trattazione. Infine, non voglio perdere l'occasione di fotografare il cielo, perché credo sia il posto migliore sul pianeta per osservare le stelle. Non sarà semplice, dato che le macchine fotografiche digitali commerciali per specifica hanno temperature di esercizio tra 0 e 40 gradi centigradi, mentre io dovrò fotografare tra i -50 e i -80 gradi.


Nel suo profilo facebook tratta spesso argomenti scientifici. Cosa rappresenta per lei la scienza? Mi dia una sua personale definizione.

Dare una definizione di scienza non è banale, specie in poche parole e forse non ne sarei nemmeno capace. Provo a sintetizzare alcuni concetti che ritengo importanti, iniziando con qualcosa di ovvio: la scienza sta rivoluzionando il nostro modo di vivere, ogni istante della nostra giornata. I benefici di questa rivoluzione sono incommensurabili, sotto ogni aspetto.
La scienza però non è verità, ovvero, non possiamo dire che qualcosa è vero perché è dimostrato scientificamente. Le conoscenze scientifiche sono semplicemente una nostra interpretazione del mondo, perché i nostri strumenti di ricerca sono limitati: i cinque sensi e una metodologia di indagine che chiamiamo metodo scientifico.
In questi ultimi secoli abbiamo fatto progressi enormi e, attualmente, siamo in grado di ampliare il raggio d'azione dei nostri sensi, superando i limiti imposti dal nostro corpo. Ad esempio, osserviamo il cielo con dei telescopi che ci consentono di rilevare onde elettromagnetiche aventi frequenze non percepibili dai nostri occhi. Più riusciamo ad ampliare il raggio d'azione e più possibilità abbiamo di capire ciò che ci circonda, ma la nostra percezione della realtà resta comunque limitata a questi cinque sensi.
Una volta osservato un certo fenomeno fisico con i nostri “sensori”, possiamo applicare il metodo scientifico per modellare il fenomeno e assicurarci che tale modello si comporti sempre come ci aspettiamo, rappresentando quindi la realtà da noi osservata in modo attendibile. Questo metodo ci consente di progettare complessi macchinari e strumenti elettronici che si comportano come vogliamo, di volare e andare sullo spazio, di operare una persona che si trova dall'altra parte del mondo rispetto al medico, tutto ciò in modo prevedibile e ripetibile.
Ma anche se ripetiamo un esperimento un miliardo di volte, e il risultato è sempre quello atteso, non significa che il nostro modello sia vero. Un modello che per 300 anni non ha mai fallito, potrebbe fallire in futuro. Come disse Einstein: "No amount of experimentation can ever prove me right; a single experiment can prove me wrong (Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato)".
Questi limiti rendono la scienza ancora più affascinante. Più sappiamo e più abbiamo l'impressione di non sapere e questo per me è bellissimo. È ciò che ci spinge ad affrontare sfide che talvolta sembrano impossibili, che rende la nostra vita un'avventura.


Quali sono per lei gli studiosi che hanno fatto la storia dell'evoluzione scientifica o che lo hanno ispirato in qualche modo? C'è anche qualche personaggio sardo?

Sarebbe un elenco lunghissimo. Giusto per citarne qualcuno: il matematico greco Eratostene, che riuscì a calcolare il raggio della Terra circa 2300 anni fa; James Clerk Maxwell, che formulò la teoria delle onde elettromagnetiche; Albert Einstein, che tutti conoscono, e infine Marie Curie, vincitrice di due premi nobel in aree distinte, in tempi in cui per le donne era quasi impossibile occuparsi di ricerca scientifica.

Sarà connesso sul web e potremo seguire i progressi della missione?

Credo che ogni tanto proverò a scrivere qualcosa su Facebook, in modo da aggiornare amici e conoscenti. Pubblicare qualcosa è complicato, sia per questioni tecniche, sia perché tutto deve essere autorizzato, per cui vedremo strada facendo.

 

Foto articolo per gentile concessione dell'Ing. Marco Buttu e del PNRA


© Riproduzione Riservata

Natascia Talloru
Author: Natascia Talloru

Barbaricina dalle radici profonde, con lo sguardo rivolto verso il mare. Chimico farmaceutico di formazione, mi interesso di medicina alternativa, terapie naturali, alimentazione. Amo l’arte in tutte le sue forme, personalmente la esprimo attraverso la scrittura, la musica e la fotografia. Mission: comunicare che conoscenza e cultura sono essenziali per la vita, come l’aria che respiriamo. “E questa terra, una terra che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca. Guai a chi me la ruba, guai a chi me la invade.”

Su Twitter: @na_talloru


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