Daniela Pes: la nuova voce della world music parla gallurese

Intervista alla vincitrice del Premio Andrea Parodi 2017

Daniela Pes è una cantante e compositrice sarda di Tempio Pausania (OT). Classe 1992, laureata in triennio jazz al Conservatorio di Musica “Luigi Canepa” di Sassari, vince nel 2017 il Premio Andrea Parodi, l’unico contest italiano dedicato alla world music, aggiudicandosi premio assoluto e della critica, premio della giuria internazionale, premio per il migliore arrangiamento e premio dei ragazzi presenti nella sala dell’Auditorium di Cagliari. Il suo legame con la musica inizia presto, all’età di tre anni.

Intorno ai tredici partecipa al primo seminario NuoroJazz - manifestazione organizzata dall’Ente Musicale di Nuoro e diretta dal 1989, anno della sua inaugurazione, fino al 2003, da Paolo Fresu – dove, nel corso del tempo, sarà vincitrice di tre borse di studio, una delle quali la porterà nel 2016 in Brasile all’Harp Festival di Rio De Janeiro. Sempre nel 2016 collabora con gli Ergot Project, un collettivo di diversi artisti, nella realizzazione di “Beat-Less”, pubblicato dall’etichetta italiana AMS Records, album che rivisita alcune canzoni dei Beatles in chiave electro-prog. Attualmente in studio al suo primo disco dai contenuti ancora top secret, Daniela Pes è un’artista con un vasto repertorio musicale, versatile e curiosa, adattabile a qualsiasi sfida, anche a quelle lontane dalle sue corde standard, sempre alla ricerca di nuovi strumenti di crescita e sperimentazione personale.

Alla domanda su che cosa rappresenti per lei il canto,  risponde: 

“Cantare è quello so fare meglio nella vita, non so se sia poi per professione, per hobby o per passione. Questo si saprà solamente se accadrà per davvero che io, un giorno, possa aprire il frigo e trovarlo pieno cantando”.

 

 

Partiamo della tua ultima importante esperienza artistica: la partecipazione al Premio Andrea Parodi e la vittoria. Cosa ha significato per te e quando hai deciso che avresti voluto partecipare?

Non avendo mai suonato, composto e non essendo mai stata inserita nel mondo della world music il mio è stato un po’ un azzardo. In parte ho da sempre avuto  l’esigenza di sperimentare, in mezzo al mio mondo musicale, degli elementi sardi. Ci sono riuscita grazie anche ai ragazzi che ho scelto e che mi hanno accompagnato al Parodi.

E’  stata una vittoria del tutto inaspettata, non pensavo di vincere così tanti premi. Il fatto di mescolare pochi elementi di world music, che nel mio caso sarebbero la lingua e la chitarra classica, con un mondo sonoro attorno che è prevalentemente elettronico, si è rivelata una scelta positiva. Ecco, questa secondo me è stata la cosa che ci ha fatto vincere, perché rispetto a tutti gli altri eravamo gli unici diversi. Avevamo una formazione, gli altri erano in acustico, noi no. Abbiamo voluto azzardare ed è andata a buon fine.

La canzone vincitrice "Ca Milla Dia Dì", tratta da una poesia del poeta “Catullo gallurese” Gavino Pes, com'è nata? Cosa c'è dietro la scelta di una poesia in sardo e come si è sviluppato questo tipo di arrangiamento?

C’è dietro sicuramente l’esperienza condivisa con gli altri ragazzi, nel senso che ho voluto sfruttare la conoscenza umana e musicale dei musicisti di cui mi sono attorniata gli anni precedenti. Ero sicura e soddisfatta del suono che abbiamo ottenuto, piaceva a tutti. Ho preso semplicemente dei testi di Don Gavinu Pes, li ho musicati e poi, convinta del fatto che sarebbe uscito un bel lavoro, ho affidato ai musicisti molta libertà creativa e tutti quanti hanno aggiunto delle cose che poi sono servite a far sì che il brano si costruisse e funzionasse.

Tu definisci “Ca Milla Dia Dì” un brano elettronico, ma c'è anche del folk, sento pure un po’ di saudade brasiliana e fado portoghese. Come lo potresti definire tu?

E’ questo il problema. Non ti so dire a che genere musicale corrisponda. E credo non te lo sappiano dire nemmeno alcuni critici musicali, perché nella world music non si era mai sentita una fusione di certi elementi. E’ stato proprio questo a destabilizzare la giuria. Ok, c’è la fusione dell’elettronica, c’è la world music e del rock.  Sicuramente c’è dentro tutto quello che ho ascoltato, che è anche musica brasiliana. Non lo metterei come indice dei generi del pezzo nettamente percepibili, però sì, si può sentire, essendo una grande fan di questo genere. Ma soprattutto credo sia dato dalla musicalità della lingua, nel senso che il gallurese non è mai stato trattato né vestito di questo mondo sonoro. Mi sono resa conto, ed è stata una scoperta anche per me in prima persona, che cantandolo con questo spirito qua, con questo portamento, mi sono ritrovata ad attribuirgli un altro suono, in modo naturale. E stata una sorpresa per tutti. Mi dicono: “Ma quanto cambia il suono della lingua, eppure l’ho sempre parlata, l’ho sempre ascoltata, ce l’ho nelle orecchie”!

Quando hai capito che avresti voluto diventare una cantante per professione e non solamente per passione?

Non l’ho ancora capito, quello che capita capita. Sono sicura che quello che so far meglio è cantare e mettere le mani sulla musica, perché non mi piace solo cantare ma a tutto tondo. Non so se sia poi per professione, per hobby, per passione. Questo si saprà solamente se accadrà per davvero che io, un giorno, possa aprire il frigo e trovarlo pieno cantando.

Volendo identificarti con uno stile musicale, quale sarebbe? Ti reputi una cantante versatile?

Prima del Premio Parodi ho sempre fatto di tutto e mi andava bene così. Sì, sono una cantante versatile nel senso  che ho sempre cantato e continuerò a cantare quello che mi piace. Ma adesso, in questo periodo, concentrerò tutto il lavoro sul disco.

Quali sono gli artisti o i personaggi che ti hanno influenzato maggiormente? Anche non essenzialmente musicisti intendo...

Ci sono alcuni artisti che ho scoperto da poco e che mi hanno folgorato, però sicuramente in primis Ella Fitzgerald, Avishai Cohen, Tigran Hamasyan…Ce ne sarebbero tantissimi!

Per te è meglio la musica studiata o improvvisata? Alcune volte questa domanda diventa una disputa tra musicisti, ad esempio nel blues...

Diciamo che un’improvvisazione fatta da una persona che non ha studiato nulla non necessariamente è da meno di un’improvvisazione fatta da una persona che ha studiato tantissimo. Dipende dalle qualità e dalla creatività di un musicista. Lo studio penso possa essere un percorso che ti dà i mezzi per esprimere al meglio la tua creatività e poi poterla mettere in pratica.

Ma tu sei una da dischi comprati oppure da download selvaggio, come tutti i Millennials?

Da download selvaggio. Ahimè, è la verità! Dischi, fisicamente, non ne ho comprati tanti.

Quanto conta il talento per raggiungere una buona carriera musicale? Secondo te può bastare o è necessario avere altre caratteristiche per sfondare oggi nella musica?

Sì, sicuramente il talento conta tanto, ma conta anche la tua capacità di autogestirti e auto promuoverti. Avere l’intelligenza di pensare prima di rispondere a delle domande, porti sempre in maniera abbastanza neutra quando non sei sicuro e andare a informarti molto bene su come funzionano le cose. E’ importante tenere gli occhi aperti e circondarti delle persone di cui ti fidi.

Nonostante la tua giovane età hai collaborato con diversi artisti locali e, attraverso i seminari NuoroJazz, con artisti internazionali. Sei stata anche in Brasile. Che differenze hai potuto riscontare nel mondo artistico musicale rispetto alla Sardegna?

Quando assisti a seminari e master class di artisti internazionali che hanno fatto anche la storia di una determinata musica, che in questo caso è il jazz, si tratta di esperienze che comunque rimangono dentro di te. Paolo Fresu ha avuto la genialata di tornare in Sardegna e fare qualcosa per il proprio paese, dopo aver acquisito credibilità fuori, quindi poter aprire le porte alla conoscenza della musica anche ai ragazzi come me. A tredici anni ho fatto il primo NuoroJazz. Diciamo che ai seminari hai la possibilità di confrontarti con una cultura che non è la tua, perché il jazz non è la nostra cultura. Vedi dei musicisti che studiano e suonano jazz, ma è un jazz diverso da quello  dei conservatori, che prevalentemente segue tutti gli stilemi linguistici legati agli anni ’30. Praticamente ai conservatori  si acquisisce un determinato linguaggio, una consapevolezza che era un po’ il discorso di prima dello studio, no? Per poi sfruttarla a modo tuo.

Ci sono tanti musicisti che l’hanno sfruttata a proprio modo, prendi Gavino Murgia. E poi ci sono tanti altri musicisti che non l’hanno sfruttata a proprio modo, ma che si ostinano ancora a suonare standard in chiave anni ’30. Si percepiscono le differenze anche in base al successo che hanno avuto. Per me Gavino Murgia è un esempio da prendere in considerazione, perché ha fatto un bel lavoro sulla fusione della musica con suoni sardi e del linguaggio jazz.

Gli artisti internazionali vivono in modo diverso la musica, ma è un fatto culturale, come si vive diversamente uscire la sera. In Brasile, per esempio, alle cinque del pomeriggio vedi i ragazzini di tredici anni suonare benissimo la chitarra, avere una consapevolezza armonica che qua insomma…Diciamo che non vedo tantissimi ragazzi interessarsi alla musica sarda, questo no. Ma in fondo lo sono stata anche io finora. Mi sto rendendo conto tuttora quanto sarebbe bello fondere un mondo che mi piace tantissimo, come l’elettronica trip-hop, con elementi di lingua e sonorità sarde. Anche perché è una musica molto esportabile fuori.

Pensi che la Sardegna possa nel tempo limitare la tua evoluzione musicale e la tua espressione artistica?

Chiaramente non si può pensare di rimanere in Sardegna se si vuole scoprire altro. Ma è normale. Siamo su un’isola, quindi parla l’isola stessa, nel senso che dobbiamo andare per forza fuori per scoprire altre realtà. Penso che la maggior parte dei musicisti, arrivati a un certo punto, sentano proprio la necessità di andare via, ma non perché si stia male o non ci sia niente. In Sardegna c’è tantissimo. Però hai bisogno di conoscere e avere nuovi stimoli. Quindi sicuramente è un passaggio che ogni musicista compie e  che, difatti, hanno fatto tutti quelli che sono andati molto avanti.

Hai qualche progetto in cantiere attualmente e per il futuro?

Sì, c’è un disco in produzione, ma non posso ancora svelare di cosa si tratta.

Dopo il Premio Andrea Parodi  ti vedremo anche al Premio Tenco per caso?

Vediamo, spero che questo disco esca presto. Poi sarà il Tenco a decidere se far finire il mio disco dentro o meno…

Come ti vedi tra venti anni? 

Non so, non mi vedo assolutamente proiettata nel futuro. Ma neanche domani proprio! Non faccio mai previsioni.

 

 

Info

https://www.facebook.com/danielapes.official/

Foto credits Gianfilippo Masserano 

 

 

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Natascia Talloru
Author: Natascia Talloru

Barbaricina dalle radici profonde, con lo sguardo rivolto verso il mare. Chimico farmaceutico di formazione, mi interesso di medicina alternativa, terapie naturali, alimentazione. Amo l’arte in tutte le sue forme, personalmente la esprimo attraverso la scrittura, la musica e la fotografia. Mission: comunicare che conoscenza e cultura sono essenziali per la vita, come l’aria che respiriamo. “E questa terra, una terra che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca. Guai a chi me la ruba, guai a chi me la invade.”

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