Quando lo vedi suonare, quando ascolti quello che vien fuori da quelle mani che si muovono talmente tanto velocemente che ti aspetti che da un momento all’altro prendano fuoco, si trasformino, diventino aria e insieme note musicali, non riesci a smettere di pensare a cosa passi nella mente di un improvvisatore come Antonello Salis quando costruisce, sul palco, i suoi mondi. E che cosa possa provare, nel passare come un sicuro equilibrista, dalla fisarmonica al piano e dal piano alla fisarmonica scivolando tra le note dell’orchestra che lo accompagna.

Pensi alla musica, solo alla musica. E a quello che verrà subito dopo – ci risponde”.

Già, la musica. La stessa che accompagna quei suoi muscoli che appaiono sempre in continua tensione, pronti a costruire, a creare, a rimestare tutto e scrivere di nuovo; quella che caratterizza anche il suo stesso timbro di voce, mentre ci racconta del suo imprinting e della sua personale visione di una professione che va sentita nell’anima prima ancora che sul palco.

Non è possibile inquadrare Salis in un genere musicale.

E nemmeno ricondurlo a un solo luogo, un solo ricordo. No, Antonello Salis non è per le etichette e nemmeno per la ricerca forsennata del singolo elemento. Lui è il vero improvvisatore, un alchimista della musica in grado di afferrare essenze, situazioni, storie, viaggi e trasformarli in altro, in qualcosa che non esiste e che, nemmeno lui, in quell’istante riesce a comprendere appieno.

Ma è qui che sta la bellezza del suo percorso artistico. Ha sette anni quando il nonno gli regala la prima fisarmonica: siamo a Villamar, nel cuore della Marmilla, e da quel momento sembra che il tempo scorra più veloce, trascinato da quelle note che suonano per Los Sardos, I Barritas di Benito Urgu, I Cadmo insieme a Riccardo Lay, e con Paolo Fresu e Furio Di Castri il trip P.A.F.  e centinaia e centinaia di celebrità della musica, disseminate in ogni parte del mondo che hanno intrecciato le loro sonorità alle sue, fondendole e riscrivendole, per poi scombinarle ancora. Tra questi, Stefano Bollani, Filomena Campus, Michel Portat, Evan Parker.

lo incontriamo a Milano, in chiusura della XXI edizione di “Orchestra senza confini”, al Piccolo Teatro, in una serata concerto che trascina la mente tra le atmosfere della Novelle Vague e l’adrenalina sofisticata di un film di James Bond. Il musicista sardo ha portato per la prima volta la sua creatività in un contesto orchestrale grazie agli arrangiamenti di Riccardo Fassi, pianista e compositore che ha rielaborato e scelto le composizioni più significative del percorso artistico di Salis con cui vanta una collaborazione e una amicizia decennale.  È il giorno in cui il mondo guarda con il fiato sospeso il rogo su Notre Dame e il mondo musicale si interroga sulle sorti del maestoso organo che ogni giorno riempie con la sua musica la cattedrale. La nostra chiacchierata parte da lì e rimane poi sospesa tra le pieghe della cronaca e del tempo che sembra dilatarsi e restringersi come la sua fisarmonica per qualche settimana, per riemergere mantenendo l’identità da fiume di parole che solo un’intervista a fine concerto può regalare.

Maestro Salis, mentre suonava, distratta dalle notizie di quel rogo che sembrava voler trasformare in cenere Notre Dame, pensavo al grande valore della musica che può rivivere nel tempo e nelle epoche grazie anche solo al valore dell’ascolto. Una musica come la sua, improvvisa, estemporanea, nuova, veloce e attrattiva pare riesca a resistere a qualsiasi cosa... al tempo, al luogo allo spazio.

E' una musica che viene, appare e scompare, a meno che non lasci tracce su registrazioni. Altrimenti è un attimo, inafferrabile. Bello proprio per quello, poi uno rinnova sempre, senza mai la speranza di fare la stessa cosa. Sa che ne verranno sempre di nuove.  Ci sono poi situazioni che si codificano ma ogni concerto fa sempre storia a sé. Ogni volta che suoni non sei mai uguale a te stesso. Anche se sei la stessa persona, hai altri sentimenti, altre storie, diverse dalla mattina alla sera.

A che cosa pensa, mentre suona?

È difficile dirlo. Intanto pensi alla musica. È talmente impegnativo e difficile quello che stai facendo in quel momento che non riesci a pensare ad altro! Pensi al suono e a quello che avverrà immediatamente dopo: mentre suoni sei dentro la materia musicale, sei troppo occupato nella costruzione del tutto. Quando riascolti sei più libero, la testa è meno impegnata e meglio disposta a recepire.

Ci sono stati dei momenti in cui riascoltando dei suoi brani li ha immaginati in altri posti, contesti? Se in quel momento si è tanto concentrati sul suono, riascoltandosi dopo, riascoltando la musica prodotta in quel momento, a che cosa si pensa, da artefici di quella melodia? 

Questo si pensa più per la musica degli altri che per la propria. Per la nostra pensiamo sempre alla sua costruzione, sappiamo che impegno c’è dietro. Ci è troppo familiare per farci pensare qualche cosa! Riascolto la mia solo quando viene registrata e, anzi, a volte, quando è trascorso del tempo, è proprio un piacere perché l’avevo scordata ed è come se ascoltassi un altro! Noi viviamo della musica degli altri: se facciamo una determinata cosa lo dobbiamo all’opera di qualcuno che abbiamo ascoltato prima, che ci ha dato un imprinting, una spinta.

E a proposito, quale è stato per lei il primo imprinting, quello che le ha fatto dire: “Questa, per me, è musica”?

Le campane della chiesa del mio paese. Tant' è vero che quel suono mi piaceva così tanto che cercavo di riprodurlo con le bombole di gas vuote: le suonavo con dei bastoncini e mi sembrava di risentire il suono delle campane. E mi sono emozionato tantissimo, tanto da tremare come una foglia, la prima volta che sono salita sul campanile. Quando vai lassù, ti rendi conto che la campana è grande come una casa. Un’emozione fortissima.

Quanta Sardegna c’è nei suoi brani, in quello che suona? A volte, pare di sentire dei richiami ancestrali, misti al suono del vento…

Eh, se ci sono, sono amalgamati con tutto il resto! (ride, ndr). Non ho mai pensato di fare musica di una regione o di una parte della terra. Mi piace la musica di tutto il pianeta. Mi piace la musica, in generale, e siccome mi sento e mi sono sempre voluto sentire un cittadino del mondo, per me il mondo intero è un punto di riferimento, per la musica e tutto il resto, con tutte le sue sfaccettature e linguaggi e sognando, magari, anche qualcosa al di fuori.

E sognando qualcosa al di fuori… se avesse potuto suonare in una situazione come quella di oggi ma invece dell’orchestra avesse potuto avere sul palco con lei un grande del passato, chi avrebbe scelto?

La lista è lunga, talmente lunga che sarebbe ingiusto fare due nomi, ne escluderei almeno altri mille. Per tutta la musica che c’è stata, che ci circonda, posso solo dire che non esiste la musica più bella. È curioso sentire espressioni musicali lontane dal tuo modo di pensare, dalla musica del passato a quelle più astratte e sperimentali.

Se penso alle collaborazioni con altri artisti, il discorso è lo stesso: sono state tutte esperienze importanti ed emozionanti e per questo alla fine non riesci a fare una scala di valori, tutto si mescola. Tutte le persone che ho incontrato sono state fondamentali per farmi capire, per farmi diventare quello che sono.

E chi è, oggi, Antonello Salis? 

Penso a quando ero più giovane e pensavo di fare il musicista di jazz ma mi piacevano tante altre cose…sarebbe stato difficile prendere un binario e seguire quello, per sempre! Quando attorno hai un sacco di altri binari e cose, come fai? Ti metti il paraocchi? C’è chi può farlo, ognuno è fatto in modo differente…ma io penso che mi sarei perso un sacco di altre cose! Sono contento di aver avuto anche un percorso molto disordinato dal punto di vista musicale, non un percorso lineare... ho fatto un po’ di tutto: ho suonato con musicisti di nazioni, culture e generi diversi e sono arrivato a conoscere delle cose che magari avrei voluto scoprire prima ma io sono talmente felice di dire: "mi sento un uomo fortunato perché sono riuscito a realizzare un sogno, quello di fare il musicista". Fare il musicista per divertirmi, non come un professionista che porta la pagnotta a casa. Ci sono professionisti che a un certo punto non si godono nemmeno più la musica: io voglio godere sempre della musica, avere la stessa passione di quando ero ragazzo, questo sono io. È impossibile tradire la musica.

Perché se le vuoi bene lei non ti tradisce, vado a memoria, credo sia una citazione nota. 

Sì, ma la musica in senso spirituale, non quella che ti fa solo vivere e mangiare. Perché, con quella, riesci a vivere il resto della vita. La vita non è solo musica ma anche altre cose. E quando le altre cose non sono fantastiche, la musica ti ricicla sempre, ti dà uno sprint, ti fa sentire vivo. Io vivo una cosa bellissima, e vivo con piacere anche tutto il resto.

Banalizzando, è la musica, che come l’arte, ci salverà.

Più che ci salverà io dico che sicuramente ha salvato me poi non ho la presunzione di dire che possa salvare altri. A volte gli artisti vivono in un mondo fantastico ma non bisognerebbe mai perdere la lucidità. È bellissimo far provare delle sensazioni ma dico sempre che se la musica avesse dei poteri anche maggiori da poter cambiare anche delle cose che non vanno bene in questo mondo, sarebbe bellissimo, certo, ma dal momento che è impossibile, ci accontentiamo che almeno cambi noi. Poi quando ci sono persone che mi dicono di essersi emozionate, mi fa un piacere enorme. Cercherò di fare sempre quello, di emozionarmi e fare emozionare se possibile, per me è l’unico modo di avere a che fare con la musica, quello che sento mio. 

Se chiude gli occhi e pensa alla Sardegna?

Mare e una terra meravigliosa. Questo è per me...in fondo, mi tengo segretamente l’orgoglio di venire da un posto così bello!

 

Mariella Cortes

 

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