Simone Callisto Manca (Sassari, 1982) è un giornalista professionista. Laureato in Comunicazione e Giornalismo presso l’Università di Sassari, dove nel 2009 ha anche conseguito il Master in Giornalismo. Erasmus all’Universitat di Valencia nel 2005/2006, ha avuto esperienze professionali presso l’Ansa (sedi di Roma e Madrid) e l’Ambasciata Usa a Roma, per la quale ha fatto parte della delegazione al seguito del Presidente Obama al G8 dell’Aquila 2009. Vive a Barcellona dal 2010, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche della Casa degli Italiani di Barcellona. Ha collaborato, tra le altre cose, con La Nuova Sardegna, con il magazine online di cultura e politica liberale Libertiamo, Il Quotidiano di Sassari, Radio 105. Collabora attualmente, come corrispondente dalla Spagna, con il magazine online di approfondimento giornalistico L’Indro (www.lindro.it); con WeTheItalians, giornale di informazione per gli Italiani negli Usa, per il quale si occupa di sport; con Radio Estel, radio di Barcellona per la quale commenta i fatti salienti della politica catalana e spagnola nel programma della sera.. Con lui parleremo delle relazioni tra Spagna e Sardegna, di emigrazione, desideri e ricette anti crisi. 

1. Puoi raccontarci i compiti dell'Ente e quale è il rapporto tra la Casa degli Italiani e la comunità sarda a Barcellona che ci dicono essere abbastanza numerosa.

La Casa degli Italiani di Barcellona è un’Associazione benefico-culturale fondata nel 1865. Ci occupiamo quindi di beneficenza alle famiglie italiane che vivono qui a Barcellona (soprattutto per il pagamento della retta della Scuola Italiana) che della promozione della lingua e della cultura italiana, sempre a Barcellona attraverso eventi culturali e occasioni di incontro rivolte a chiunque ami il nostro Paese. I rapporti con la comunità sarda sono molto cordiali: spesso organizziamo attività insieme, ed è una collaborazione di cui andiamo giustamente orgogliosi, anche perché quella sarda è una presenza storicamente organizzata della comunità italiana di Barcellona.

2. Vivi in Spagna da più di 5 anni ma non hai mai perso le radici sarde e sassaresi dato che sei cresciuto nel capoluogo del Nord Ovest della Sardegna e la tua famiglia è originaria di Monti, in Gallura. Come ti informi sugli avvenimenti che accadono in Sardegna e come mantieni i rapporti con la comunità sassarese e con gli amici e parenti rimasti nell'isola?

Mio padre è di Monti, mentre mia madre è di Sassari. Sono nato a Sassari, dove ho vissuto fino ai 23 anni, e poi con varie pause tra i 24 e i 28. Tutta la mia formazione è quindi avvenuta in Sardegna.

Mi informo quotidianamente sia attraverso i media giornalistici (principalmente il sito web de “La Nuova” e SassariNotizie) sia attraverso Facebook e ciò che i miei contatti postano. Chiaramente, in questo secondo caso, bisogna sempre essere molto critici e dare il giusto peso alla verifica delle fonti, che dev’essere sempre fondamentale, soprattutto perché da lontano si ha una percezione spesso distorta.

Devo dire comunque che sono sempre piuttosto aggiornato su ciò che succede nella nostra Isola e a Sassari anche perché rimango molto legato ai luoghi da cui provengo. In un certo senso, è un modo per essere ancora lì.

I rapporti con la comunità sassarese, amici e famiglia li mantengo principalmente attraverso Internet e il telefono, oltre che di persona: fortunatamente, grazie alla Ryanair e al collegamento tra Alghero e Girona, riesco a passare qualche giorno in Sardegna ogni mese e mezzo-due. È il mio modo per restare ancorato, nonostante gli anni che passano, alla mia cultura e identità.

3. Dai tuoi post sui social network traspare una grande nostalgia verso la Sardegna e l'Italia. Torneresti a vivere in Italia? A quali condizioni? Come vedresti il tuo futuro nel Bel Paese?

Sbattendoci la testa più e più volte nel corso della mia vita, ho imparato che non ha senso parlare di questioni astratte, e che non ha senso fare progetti su qualcosa che non si sa se si verificherà. Alle condizioni attuali, quindi, queste sono domande a cui non so rispondere.

Dovesse arrivarmi una proposta concreta, la valuterei molto laicamente. Ma in questi 4 anni (5 se conto anche l’Erasmus) non è mai arrivata una proposta di questo tipo.

La differenza sostanziale che riscontro tra la Spagna, e Barcellona in particolare, e l’Italia, tutta, è che in Italia manca totalmente una prospettiva di futuro in cui avere fiducia. Tutto in Italia richiama a un passato, anche recente, glorioso ma è come se si avesse paura del futuro, in tutti i settori e dappertutto. A volte mi sembra che l’Italia si sia fermata agli anni ’60 e al boom economico e che le varie burocrazie e corpi intermedi abbiano frenato e continuino a frenare ogni progetto di modernizzazione del Paese. Ecco, io questa sensazione in Spagna non ce l’ho, o ce l’ho in parte: mi sembra un Paese dove in generale è più facile fare le cose.

4. La Sardegna e il lavoro, un tema scottante. Cosa possono fare i politici sardi per trovare le giuste ricette per coniugare sviluppo sostenibile e aiutare i giovani a trovare lavoro?

Dovremmo pensare a ricette di lungo periodo e non alle solite mance assistenzialiste, che sono un brodino caldo ma niente di più. Particolarmente indicativa in questo senso è la questione del Sulcis, dove periodicamente si buttano milioni e milioni di Euro in un’industria senza futuro per permettere, anche giustamente, a padri di famiglia di potere andare avanti. Ma si renderebbe un servizio migliore, principalmente a quei padri di famiglia, se ci fosse, ad esempio, un serio piano di politica industriale che puntasse anche alla riconversione di quel tipo di modello di sviluppo. Abbiamo risorse naturali che il mondo ci invidia (sole, mare, vento): puntiamo sulle energie rinnovabili ad esempio. Facciamo durare la stagione turistica dodici mesi all’anno, sfruttando anche il turismo rurale. Incentiviamo i contributi alla piccola e media impresa, alle start up: sono convinto che il benessere si crei attraverso la crescita e lo sviluppo, e che compito della politica non dovrebbe essere di “comprare” i voti con contributi a pioggia ma quella di instillare nei cittadini un’attitudine attiva e propositiva. Sessant’anni di assistenzialismo ci hanno permesso di andare avanti, nel bene o nel male, ma ci hanno dato l’idea che si debba sempre aspettare l’ente pubblico per qualsiasi cosa e hanno soffocato in molti casi l’iniziativa personale: è il caso di voltare pagina e di puntare a un modello di sviluppo diverso. Sperando che la nostra classe politica sia d’accordo, perché da lì parte e passa tutto.

5. Fare impresa in Sardegna deve convenire. Per riuscire a spostare i flussi di lavoro e di capitali nell'isola, bisogna riuscire a far sì che le aziende riescano a generare profitti nonostante la condizione di insularità e il costo della forza lavoro che in Italia è più alto rispetto alle Nazioni in via di sviluppo.Quali sono le nicchie di mercato in cui creare lavoro in Sardegna può essere vincente?

Come ho detto prima: dobbiamo puntare sulle energie rinnovabili e sul turismo. Io vivo in Spagna, un Paese che grazie al turismo riesce a mantenersi a galla nonostante la crisi. Questo avviene nonostante la Spagna abbia molti meno monumenti rispetto all’Italia, delle spiagge in molti casi meno belle, una cucina varia ma che non ha la straordinaria ricchezza di sapori che ha la nostra. Ma è bello fare le vacanze per una questione fondamentale: per i servizi. Le infrastrutture sono mediamente moderne, le città sono servite da reti capillari di trasporti pubblici, la grande offerta turistica permette prezzi concorrenziali, prendere un taxi è relativamente accessibile a tutti, si respira ovunque un’atmosfera internazionale e cosmopolita, passeggiare per strada è piacevole.  Chi pensa ai nostri luoghi turistici vede difficoltà ad accedervi senza un mezzo di trasporto privato, prezzi mediamente molto alti, servizi non sempre all’altezza, e via discorrendo. Se vogliamo creare sviluppo e lavoro bisogna creare le condizioni affinché l’iniziativa privata possa crearli: in questo senso, ad esempio, abbassare le tasse e liberalizzare i servizi locali (pensiamo ai trasporti, alle licenze per i taxi)  potrebbero essere dei buoni punti di partenza.

6. Spesso in Sardegna le idee di catalani, i baschi, i corsi, gli scozzesi vengono considerati popoli “vicini” al nostro, nel desiderio di autonomia.Unificare le istanze di popoli tanto diversi è senz'altro una semplificazione e tu hai scritto anche una tesi di laurea al riguardo. Quali sono le principali differenze tra sardi e catalani se puoi riassumerle in poche righe e quali sono invece le somiglianze in quanto popoli mediterranei?

Credo che sardi e catalani si assomiglino poco, a parte la comune radice mediterranea. Utilizzando le generalizzazioni, che non sempre spiegano ma spesso aiutano, direi che lo spirito di grandi commercianti che hanno i catalani purtroppo noi sardi ce lo sogniamo. Così come il piacere di godersi la vita e la generosità che abbiamo noi sardi molti catalani ce l’hanno. In più, purtroppo, sto riscontrando negli ultimi anni qui in Catalunya un rinchiudersi sempre di più alla ricerca di elementi di differenza più che di unità, rispetto al resto degli spagnoli e non solo. Ecco, mi piacerebbe che i catalani fossero più aperti, così come vorrei che anche i sardi lo fossero, e avessero più fiducia nel futuro.

7. La crisi in Spagna. Ho letto i tuoi articoli quando collaboravi per Libertiamo. Segnalavi ai giovani di non partire alla cieca per scappare dall'Italia e non vedere la Spagna come Eldorado per non incorrere in ulteriori disagi. Dal 2008 la situazione è cambiata? Consiglieresti ai giovani sardi e italiani che non trovano lavoro di venire in Spagna? E in quale campo secondo te potrebbero essere impiegati?

Io parlo di Barcellona, e a chi mi fa questa domanda dico sempre le stesse cose da anni: la situazione è molto difficile (anche se sembrano esserci lievi segnali di ripresa) ma con un progetto serio, tantà volontà, spirito di sacrificio, voglia di mettersi in gioco e un pizzico di fortuna (che non deve mai mancare) si può trovare un’occupazione dignitosa. Ci sono molti professionisti (avvocati, ad esempio) che a Barcellona lavorano bene. È molto importante il settore dei servizi, dell’innovazione, per non parlare del turismo. E avendo soldi da investire, Barcellona è un ottimo posto dove creare impresa: rispetto all’Italia, la burocrazia è mediamente più semplice e l’imposizione fiscale è più bassa. Però, ripeto, consiglio di partire solo se si ha un reale progetto professionale e se si è coscienti delle difficoltà – anche affettive - che una vita all’estero con prospettive di stabilità può comportare. Vivere all’estero può essere spesso esaltante ma non è facile, soprattutto per la lontananza dalla famiglia, e non tutti sono disposti a fare queste rinunce, anche se motivate dalla prospettiva di una vita più stimolante e soddisfacente.

8. Barcellona è una città meravigliosa, piena di attrazioni turistiche, libertà, diversità ma anche organizzazione e lavoro. Quale è il tuo rapporto con la città catalana?

Ho passato varie fasi di odio e amore nel mio rapporto con la città. Ora posso dire che sono arrivato a una fase di equilibrio e stabilità: nessuno si chiede quale sia il rapporto con la propria città, ad esempio, proprio perché la considera sua, quasi come un fatto normale e naturale. Per cui, dopo qualche anno, la considero come la mia città, con i pregi e i difetti che questo comporta. Ma devo dire che nonostante tutto mi sento fortunato ad avere la possibilità di fare una vita adulta in un posto come questo. Ho cambiato molto le mie abitudini, anche perché si cresce, quindi rispetto a qualche anno fa apprezzo molto di più lo stare a casa, ad esempio. Ci sono cose che mi piacciono molto: avere la possibilità di scegliere tra tanti tipi di cucina per andare a mangiare fuori; vedere al cinema un film in lingua originale; passeggiare “perdendomi” tra le persone di tante nazionalità; sapere che ho tante opportunità di fare tante cose, anche se poi finisco magari per fare sempre le stesse, anche perché spesso non si ha né il tempo né le risorse per fare tutto ciò che vorremmo fare. Ma almeno pensare anche solo che se ne ha la possibilità aiuta a vivere meglio.

9. L'abdicazione del Re Juan Carlos apre nuovi scenari così come il referendum che si terrà in Catalogna in Novembre che è molto sentito a livello popolare. Quale è il tuo rapporto con la politica spagnola? Quali sono le principali somiglianze e differenze con la politica italiana?

Sono emotivamente più coinvolto nella politica italiana, anche se obbiettivamente ora come ora è la politica spagnola che può essere maggiori ripercussioni nella mia vita quotidiana. In ogni caso, seguo la politica spagnola ogni giorno. Ci sono sicuramente analogie e differenze. La differenza principale è che la Spagna si regge su un sistema sostanzialmente bipartitico (che ora mostra segni di appannamento) dove i governi sono stabili e di legislatura. I due partiti, popolare e socialista, per quanto discendenti il primo dal franchismo e il secondo dalla tradizione repubblicana vanno comunque d’accordo sulle grandi questioni nazionali, anche se al loro interno hanno differenti sensibilità. E questo penso sia un bene.   La principale analogia che vedo tra politica spagnola e italiana è anche la grande sfiducia dei cittadini nei confronti della politica, che ha portato all’exploit alle Europee di un partito come Podemos, nato solo pochi mesi prima, un partito che pur collocandosi nell’area della sinistra radicale utilizza per alcuni versi l’armamentario polemico tipico dei populisti europei di destra e di sinistra, e anche del nostro Movimento 5 Stelle. In Catalunya è diverso: lo spazio elettorale dei popolari e dei socialisti è ora come ora saldamente in mano (anche se i due partiti nazionali sono presenti) da due forze nazionaliste come Convergencia i Unió (liberali popolari) ed Esquerra Republicana (socialisti e sinistra radicale). Sul referendum di Novembre dico solo che francamente non credo in un’Europa delle piccole patrie.

10. Creare una famiglia in Spagna è sostenibile? Come lo Stato spagnolo aiuta i giovani a creare una famiglia? L'assistenza sanitaria è sicuramente tra le migliori in Europa, quali altri vantaggi o svantaggi ci sono rispetto all'Italia?

I servizi sono qui senz’altro migliori che in Italia, ma creare una famiglia in queste condizioni è comunque un atto di fede che le coppie fanno nei confronti del futuro. In altre parole, bisogna fare un figlio perché ce lo si sente e non certo per l’aiuto che può dare il governo. Anche perché gli asili nido sono comunque cari e il mondo del lavoro non è organizzato in modo da consentire ai genitori di stare insieme ai propri figli. Almeno, non se si vuole portare a casa uno stipendio degno.

Per quanto riguarda la sanità pubblica è senz’altro molto efficiente e di ottimo livello, almeno in Catalunya, anche se i tagli degli ultimi anni hanno condizionato anche questa eccellenza. Qui inoltre è molto comune, almeno nella classe media, avere un’assicurazione medica privata, magari attraverso la banca dove si accredita lo stipendio, che consente di potersi curare presso ambulatori specialistici saltando le file della sanità pubblica. Questa è sicuramente una comodità, ma sono un inguaribile romantico: penso che, come l’istruzione, l’assistenza sanitaria debba essere un diritto universale e mi piacerebbe che i nostri governi avessero la lungimiranza di investire sempre di più, e non di tagliare, nella scuola pubblica e nella sanità pubblica, perché sono le basi delle nostre democrazie e del nostro modello europeo.

Alessandro Delfiore