Paolo Pillonca, eclettico studioso della storia e della lingua sarda, nato a Osilo nel 1942, è una delle personalità più influenti della nostra cultura. Giornalista professionista, ha diretto per dieci anni la redazione nuorese de L’Unione Sarda (1979-1988), dopo una significativa esperienza come docente di Lettere negli Istituti superiori. Autore di innumerevoli opere sulla cultura della Sardegna, poesie e testi di canzoni tradizionali è inoltre fondatore e direttore di Làcanas, rivista bilingue delle identità, nata all'inizio del 2003 con l'obiettivo principale di raccontare la Sardegna dall'interno attraverso la cronaca, le tradizioni, i tesori della cultura popolare, l'ambiente, le feste laiche e religiose, il teatro e la poesia.

Tra i tanti suoi lavori editoriali, spicca la pubblicazione, nella collana i grandi poeti in lingua sarda delle edizioni Della Torre di Cagliari, l´opera omnia del poeta Remundu Piras. Vanta, inoltre, diverse collaborazioni in campo artistico: per il cantante Piero Marras ha scritto i testi dell´album “Funtanafrisca”  e collaborato anche per i cd “Tumbu” e “In su cuile ´e s´anima”; con il cantante Franco Madau per “Animas torran” e “Cara ´e luna”; con il Duo di Oliena per “Bandelas” e “Abbajara”; con la cantante Maria Giovanna Cherchi per “Unu frore che a tie”. Sempre in campo artistico ha scritto, dal 1990 in poi, diversi lavori per le compagnie teatrali Actores Alidos di Cagliari (Sonos de ammentos, Boghes, Paristorias) e Fueddu e Gestu di Villasor (Frores, Ojos, Carenas). Di recente ha debuttato come attore nel film “Su Re” diretto da Giovanni Columbu. Con lui parleremo di comunicazione, identità, e discuteremo della Sardegna sotto diversi punti di vista.  

Partiamo:

Giornalista, scrittore, poeta e adesso anche attore. Cos’altro è Paolo Pillonca?

Un militante di base che cerca di fare il proprio dovere verso la sua terra natale soprattutto sul fronte della lingua. Su questo versante non si lavora mai abbastanza ma spero di morire con la coscienza pulita.

Lei è uno studioso della lingua sarda. Tutti ne parlano ma pochi la usano nella vita quotidiana, lei fa invece anche le relazioni in sardo…

Mi sembra il minimo, la lingua materna è l’anima dell’uomo. Quasi tutti quelli che osteggiano l’uso della lingua sarda lo fanno per paura. Non la conoscono e la temono: come i bambini con il buio.

Esiste sempre il popolo sardo? In realtà sembra molto diviso tra fazioni e invidie, si raccoglie in un coro unitario solo nelle grandi occasioni come la visita del Papa…

Esiste ed esisterà sempre, finché esisteranno classi subalterne a quella egemone dei lorsignori di turno. L’invidia è un male perenne dei popoli, non solo di quello sardo. Su questo abbiamo un bel mònito dei nostri antenati: s’imbìdia a s’ómine est che-i su ruinzu a su ferru (l’invidia per l’uomo è come la ruggine per il ferro).

La cultura e l’informazione. In Sardegna si legge molto, libri e giornali, su questo è una Regione molto avanti. Con il trascorrere del tempo che idea si è fatto del mondo dell’informazione in Sardegna?

Quando ho iniziato erano i tempi di Vittorino Fiori: la notizia prima di tutto, sacra. E raccontata con semplicità. Lui diceva: chi scrive “asse viario” invece di “strada” è capace di qualsiasi delitto. Con Vittorino Fiori molti di quelli che scrivono oggi sui giornali non farebbero nemmeno le brevi di cronaca.

Lei è sempre stato un attento osservatore della realtà politica isolana. Cosa è cambiato dai tempi della prima repubblica in Sardegna? Qual è il suo giudizio sull’attuale classe dirigente?

Ho diretto per dodici anni (1988-2000) l’ufficio stampa della Regione, ne ho visto di molti colori. Oggi il livello medio mi sembra più basso e all’interno dei partiti c’è meno coesione. Ho iniziato con Mario Melis presidente e non mi sembra di vedere molte figure che gli somiglino.

Nel corso degli anni si è sentito a più riprese parlare di indipendentismo e sovranismo, non reputa che se la Regione avesse sfruttato a pieno i poteri derivanti dallo statuto speciale, si sarebbe potuto ottenere molto di più di quanto in realtà si è ottenuto?

Sono perfettamente d’accordo. Ma non è mai troppo tardi, a patto che la lingua diventi il punto centrale delle nostre rivendicazioni insieme con la soluzione della conflittualità dei codici: la legge italiana che non rispecchia il nostro sentire profondo da una parte e il nostro codice orale dall’altra. Se la legge italiana è quella del re di Tebe Creonte, la nostra è l’àgrafos nomos di Antigone. 

Sardegna come periferia dell’Europa o come centro del Mediterraneo? In che modo la nostra regione dovrebbe approcciarsi al futuro?

Come centro del Mediterraneo, isola sorella di tutti i popoli che le vivono intorno. Era il sogno di Mario Melis.

I sardi: tipicamente ospitali, orgogliosi ma a volte troppo individualisti. Per confrontarsi nel mercato globale è inevitabile associarsi e condividere conoscenze e competenze. Perché è cosi difficile fare rete in Sardegna?

Ho la netta impressione che stia diventando sempre più facile. Non lo è stato a lungo, chi è scottato dall’acqua calda teme anche quella fredda.

Lei è poeta e autore di testi musicali. Ci dia la sua definizione di poesia, un luogo in cui rifugiarsi o lo strumento per una nuova ed efficace comunicazione?

Poesia è la creatività inesausta: può servire come rifugio nelle tempeste della vita ma anche come forma di comunicazione alta. Vero è ben, Pindemonte, anche la speme…

Piero Marras rimane uno dei testimoni più autorevoli dei grandi temi che stanno a cuore ai sardi. Qual è il segreto del vostro sodalizio?

La comunanza dei valori, il legame con il luogo d’origine e la fratellanza dei progetti. Lo diceva già Sallustio: idem velle atque idem nolle id demum firma amicitia est.

 

Simone Tatti