Elvira Serra nata a Nuoro il 12 aprile 1972. Ha cominciato a scrivere all’Unione Sarda, poi ha lavorato al Centro di Pescara e nel 1999 è arrivata al Corriere della Sera, dove si occupa di cronaca e costume e scrive sul blog La 27esima Ora. Ha una rubrica fissa sul settimanaleF:la forza delle donne. Nel 2013 ha vinto il Premio giornalistico Maria Grazia Cutuli del Centro culturale internazionale Einaudi di San Severo e il Premio Giornalistico nazionale Natale Ucsi promosso dall’Unione Cattolica Stampa Italiana (U.C.S.I.).

Ha collaborato con le colleghe de La 27esima Ora alla realizzazione del docuweb Le (r)esistenti, dedicato alle donne del terremoto dell’Aquila. È tra gli autori di Il coraggio di ricominciare. La rinascita dell’Emilia, pubblicato a un anno dal terremoto in Emilia Romagna, ed è curatrice del saggio Donne ai vertici delle aziende (di Maria Silvia Sacchi). L’Altra (Mondadori) è il suo primo romanzo. Con lei parleremo di letteratura, donne.. e ovviamente di Sardegna.

Dal cuore della Barbagia a Milano. Come vive questa dualità culturale? In modo sereno, senza scissioni, anche perché Milano è una città molto riservata e in questo, da barbaricina, mi riconosco. Milano poi è culturalmente vivace, e questo non può che combaciare perfettamente con la mia curiosità sarda.

Le radici sarde hanno inciso sul suo stile letterario e giornalistico? Forse. Credo di essere asciutta, diretta. Se vogliamo, possiamo dire che i sardi sono essenziali, vanno al cuore delle cose, non curano gli orpelli, ma la sostanza: così cerco di fare io.

“L'Altra” (Mondadori) è il suo primo romanzo che sta avendo un grandissimo successo. Parla della figura dell'amante, delle gioie e dei dolori nell'amare un uomo che non è libero. Com'è nata l'idea di trattare un tema così “scomodo”? Dall’esperienza, e dal desiderio di scrivere qualcosa che fosse universale, nella quale potessero riconoscersi anche altre donne. In questo, ha inciso la mia professione di cronista: per mestiere racconto storie che vedo; nel libro ho provato a raccontare quello che ho vissuto, perché mi sembrava che fosse importante introdurre un punto di vista meno ascoltato e di sicuro più scomodo. Volevo dare dignità ai sentimenti dell’amante, sollevarla per una volta dagli stereotipi e descriverla come io stessa l’avevo conosciuta attraverso la mia storia personale.

C’è un’opera cui, senza togliere nulla alle altre, tiene particolarmente? Non saprei… Forse Anna Karenina di Lev Tolstoj, Espiazione di Ian McEwan, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen e Cime tempestose di Emily Brontë sono libri diversi che però raccontano tutti grandi sentimenti. Poiché mi interessa entrare il più possibile nel cuore delle persone e questi autori ci sono riusciti in maniera magnifica, sono per me un punto di riferimento.

È reduce da una serie di incontri al Festival Letterario “L'Isola delle Storie”. Ha presentato il suo primo libro, ha partecipato ad un reading per i più piccoli e ha mediato l'incontro con Gioele Dix. Ci può raccontare l'atmosfera che ha vissuto a Gavoi? Di grande accoglienza. Mi è piaciuto l’entusiasmo di tutti i volontari e di tutte le persone che hanno contribuito in misura diversa a rendere possibile il Festival. Marcello Fois è stato un padrone di casa attento e premuroso. Il reading con i bambini è stato divertente perché ha permesso anche a me di giocare con il tempo e di fare una esperienza inedita. La presentazione del mio libro è stata emozionante, davanti a un pubblico attento e curioso. E l’incontro con Gioele Dix un momento di condivisione in cui ero non solo una giornalista, ma anche una lettrice proprio come il pubblico che avevo davanti: le mie curiosità erano anche le loro.

Cosa si può fare oggi per incentivare la lettura? Oltre alle strategie di prezzo, che non guastano, credo che un’ottima soluzione sia quella degli incontri con l’autore: quanto più quest’ultimo è generoso con i suoi lettori, tanto più loro possono premiarlo acquistando il libro. Il che non è un ragionamento promozionale, ma la conseguenza di una riflessione: ti compro perché mi hai convinto, perché ti ho ascoltato e hai toccato in me delle corde che mi emozionano, perché riconosco il valore e l’impegno del tuo lavoro.

Quando scrive ha qualche rito scaramantico, curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo? No, nessuno. Ma se mi viene un’idea o un dettaglio prendo piccoli appunti anche mandandomi un sms da sola sul mio telefonino, se non ho un taccuino a portata di mano.

In base alla sua esperienza, che tipo di rapporto può nascere tra autore e lettore sui social e sul web? Amo rispondere a tutti quelli che mi scrivono sulla pagina Facebook del libro (L’Altra di Elvira Serra). Lo stesso faccio con chi mi scrive per commentare o criticare un mio articolo sul Corriere della Sera o su F. Non penso che sia sufficiente questo per far nascere delle amicizie. Credo nello scambio tra autore e lettore, purché avvenga nel rispetto reciproco e senza alcuna pretesa che non sia la correttezza.

Le donne sono ricorrenti nella sua vita. Ha una rubrica fissa sul settimanale "F:la forza delle donne". Ha curato il saggio "Donne ai vertici delle aziende". Ha collaborato con le colleghe de La 27esima Ora alla realizzazione del docuweb Le (r)esistenti, dedicato alle donne del terremoto dell’Aquila. Elvira che donna è? Esigente, anzitutto con se stessa. E poi autoironica, come credo si intuisca dal libro. Non bisogna mai prendersi troppo sul serio, altrimenti è finita! Vorrei essere una donna sempre in evoluzione, mai “arrivata” da nessuna parte, attenta ad ascoltarsi e conoscersi e a confrontarsi con gli altri.

Una “cosa” che le manca della Sardegna e una che non le manca per niente? La Sardegna ce l’ho nel cuore, e questo me la fa mancare poco: ogni volta che voglio, la trovo dentro me stessa, nelle cose che faccio, nei miei modi di dire o di agire, negli amici che mi sono scelta. In Sardegna ci sono le mie radici: ovunque andrò, resto piantata in quella terra e in quella roccia. Mi manca, talvolta, non poter pranzare con la mia famiglia ogni volta che vorrei. Tipo: alzo la cornetta e chiedo di aggiungere un posto a tavola. Ogni tanto sarebbe bello.

foto Dario Orlandi