Carlo Pala classe 1975, originario di Orune ma residente a Nuoro, è un politologo dell'Università di Sassari. Ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienza Politica all'Università di Firenze ed è Visiting Fellow all'Institut d'Etudes Politiques di Rennes (Francia). Si occupa prevalentemente di cleavage centro-periferia, partiti etnoregionalisti, indipendentismo, nazioni senza stato, elezioni primarie italiane, politica locale, partiti politici. Con lui si è discusso di alcuni tempi caldi oggetto dell'attuale campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Regionale e della storia politica in Sardegna dalla prima Repubblica sino ad oggi.

Partiamo

1. Da centro del Mediterraneo a periferia d’Europa. Come è cambiato, con il trascorrere del tempo, il ruolo strategico e logistico della nostra Isola e quali sono, a suo avviso, le prospettive per il futuro?

La geografia e la politica. Se sulla prima non si discute (al centro del Mediterraneo resteremo), sulla seconda invece le responsabilità sono di duplice matrice. Una locale e una nazionale italiana. La prima rileva del fatto che la classe politica ultimamente non si è mai preoccupata di quanto sta attorno all’Isola, sempre presa a cercare il contatto con Roma o al limite Bruxelles, ma poco con le realtà mediterranee circostanti, non solo quelle africane: abbiamo la Catalogna e non ci parliamo neppure, la Corsica, la sponda sud della Francia ecc..; a questo è legato il ruolo dello Stato che non consente alla Regione una sua “politica estera”. Questi sono i due ambiti su cui agire per una prospettiva futura.

 2. Lei è stato uno dei relatori del convegno su “Autonomia e Indipendenza in Sardegna e Scozia”. Anche alla luce dei dati emersi in questo incontro, quale è la reale voglia dei sardi di indipendenza?

Direi che i dati parlano chiaro, e non dicono nulla solo a chi non vuol vedere. Il 41% dei sardi, in base alla nostra ricerca, chiede una Sardegna indipendente. Sbaglieremmo se considerassimo questa risposta come figlia della protesta e dell’antipolitica. È invece frutto di una processo “riappropriativo” della identità sarda che ora, a differenza del passato recente, trova una sua politicizzazione.

3. Sempre a proposito di indipendenza, a suo avviso questa è per la Sardegna una possibilità concreta oppure un’irraggiungibile chimera?

Tutto rientra in un processo irreversibile che colpisce gli Stati-Nazione, oggi mai così in crisi come in passato. La Sardegna dimostra una volontà di indipendentismo, meno di indipendenza. E non è la stessa cosa. Solo quando i due processi cammineranno di pari passo, la possibilità potrebbe farsi più concreta.

4. La Sardegna è una Regione a Statuto speciale. Reputa che i vantaggi derivanti da questo status compensino i vincoli e le servitù ai quali l’Isola è soggetta?

No, perché lo Statuto di Autonomia non è stato né esigito, né, sempre più, esigibile. Vediamo il tema della vertenza entrate che è paradigmatico della sua domanda, ma anche le cosiddette servitù militari. Occorre verificare se lo Statuto, e io credo senza dubbio di sì, possa e debba essere modificato alle moderne esigenze dell’isola. Non è possibile che resti tutto come nel 1948, almeno il suo impianto essenziale.

5. Secondo il suo parere i partiti politici nazionali, ora come ora,  sono in grado e soprattutto riescono a farsi portatori delle esigenze territoriali della Sardegna oppure, il nostro, è un territorio inascoltato?

Temo di dover ammettere che lo è sempre più, inascoltato. Ma non solo per responsabilità politiche dei partiti nazionali, poco attenti perché il bacino elettorale è modesto; ma anche dei partiti che operano in Sardegna. La volontà sempre più marcata dei partiti italiani che hanno sede in Sardegna di “federarsi” a quelli centrali può essere una risposta. Ma occorre una classe partitica, che poi diverrà istituzionale, in grado di sapersi emancipare: da Roma come da Cagliari, sempre più spesso.

6. Come spiega la costante frammentazione dei partiti politici sardi, che spesso condividono ideali comuni ma non linee d’azione congiunte?

Col fatto che il sistema partitico sardo è troppo simile, storicamente, con quello italiano. E quindi replica lo stesso tipo di funzionamento, dividendo più nella frattura sinistra-destra o maggioranza-opposizione, piuttosto che sui programmi d’azione, la reale collocazione dei partiti in Sardegna. A volte il PSdAZ, storicamente, ha provato a fare da spartiacque, ma a parte gli anni ’80, non è riuscito a pieno a svolgere questo ruolo.

7. Nella storia repubblicana, qual è stato il frangente nel quale la Sardegna è riuscita ad avere maggior peso politico ed ottenere maggiori rivendicazioni?

Quale che sia il giudizio, spesso negativo, credo anche gli anni del Piano di Rinascita vi fu effettivamente una certa risposta in tal senso. Inoltre, gli anni ’80 con Mario Melis: quella resta, a mio modo di vedere, una delle pagine (poche) immagini belle che la nostra autonomia ha saputo darci.

8. Per definirci a tutti gli effetti come popolo (sardo), ci manca solo lo Stato oppure anche serve altro?

Popolo, noi, lo siamo già. Anzi, per la mia disciplina, la scienza politica, siamo anche nazione, senza che questo spaventi nessuno. Che poi si debba diventare Stato, questo dipenderà ovviamente dalla volontà del popolo, e nazione, sarda. Per ora, ci manca solo maggiore consapevolezza. E l’esercizio di una certa dose di sovranità su diverse aree tematiche: quella agricolo-alimentare, quella ambientale, quella culturale. Iniziando ad emanciparci sotto questi punti di vista, saremo, se lo vorremo, già sulla buona strada.

9. Esiste ancora una politica degli ideali oppure è rimasta solo quella degli interessi?

Per quanto sia difficile da trovare, soprattutto ora, e sia complicato anche solo parlarne, io credo assolutamente di sì.

10. Una domanda di rito per la nostra rubrica. Che consiglio darebbe ad un giovane sardo?

 Per quanto arduo sia, lo dico anche a me stesso perché rientro in questa categoria, di recuperare la nostra identità aperta al mondo e di consacrare una parte della propria vita, nelle forme e nei modi che ognuno crede più opportuni, a fare qualcosa di positivo per quest’isola. Occorre lo sforzo di tutti. Ma i giovani, secondo me, lo hanno capito. Sono (alcuni)  adulti che andrebbero corretti.

 

Simone Tatti