Barbara Serra, classe 1974, nasce a Milano da padre sardo e madre siciliana. Giornalista professionista, ha lavorato per le redazioni della BBC, di Sky News e di Five News. Dal 2007 è conduttrice della redazione londinese di Al Jazeera English. Il percorso formativo, prima, e quello lavorativo, poi, sono rappresentativi della sua personalità cosmopolita. Dopo un’infanzia trascorsa in Italia e un’adolescenza in Danimarca, si trasferisce a Londra dove consegue la laurea in relazioni internazionali presso la London School of Economics. Nel corso della sua carriera ha firmato vari servizi di cronaca in diverse parti del mondo. Degne di nota sono le corrispondenze da Roma, durante i funerali di papa Giovanni Paolo II e la causa giudiziaria che ha visto come protagonista Michael Jackson. Per l'emittente araba Al Jazeera, ha condotto importanti inchieste a Washington, dalla Striscia di Gaza, in Israele e Cisgiordania. Durante il viaggio apostolico di Papa Benedetto XVI in Terra Santa, è stata la prima giornalista della predetta emittente ad essere accreditata al seguito della delegazione papale.

Affabile ed estremamente gioviale fa sfoggio di tutta la sua italianità riuscendo a porsi quale anello di congiunzione tra due mondi che in apparenza paiono culturalmente slegati e socialmente inconciliabili: quello anglosassone e quello arabo. Innamoratissima della Sardegna non perde occasione per rivendicare le sue origini Isolane.  Durante la nostra intervista si sono affrontati più temi, rivolgendo tuttavia particolare attenzione alla Sardegna, ai potenziali sviluppi polito-economici e ad alcuni argomenti trattati nel suo ultimo libro: “Gli Italiani non sono pigri” edito da Garzanti e pubblicato nel giugno dello scorso anno.

Partiamo:

1. La sua è una vita a cavallo tra più culture. Sardo-siciliana per origini, milanese per nascita, danese per adozione e un po’ inglese un po’ araba per formazione. Oltre suo padre Giorgio, qual è il legame più forte che conserva con la Sardegna?        

La casa di famiglia a Carloforte. È lì che 30 anni fa, quando già ci eravamo trasferiti in Danimarca, mio padre ristrutturò un rudere che è poi diventato la casa di famiglia in Sardegna. Ricordo perfettamente l’impegno e la passione da lui profusi nel ristrutturarlo. Ora capisco che stava costruendo un legame fisico fra la Sardegna e le sue tre figlie, che poco a poco stavano diventando “straniere”. Non passa anno in cui la famiglia non si riunisca lì.

Poi ovviamente ci sono i legami affettivi con i parenti sardi. Quando sono in Sardegna, mi piace passar il tempo a chiacchierare con i cugini ed ascoltare i racconti delle mie zie e prozie. Storie del passato, di usi, consuetudini e tradizioni spesso cadute in disuso, e comunque diverse anni luce dalla mia attuale vita. Questo spesso mi aiuta anche a capire tante le usanze del Medio Oriente, che più che religiose sono culturali. Le culture del Mediterraneo pur non essendo uguali, si assomigliano. Quando era più giovane, forse trascuravo un po’ le mie radici. Il mondo esterno che stavo scoprendo, Londra, il mondo anglosassone, il giornalismo internazionale, mi sembravano più affascinanti. Ma con il passare degli anni mi sono resa conto dell’importanza di conoscere le proprie radici. Non si può cercare di capire il mondo se non si conosce il proprio luogo di provenienza. Ancor meglio se questo è una  terra affascinante e complessa come la Sardegna.

2. Aver vissuto in giro per il mondo le consente di avere maggiore obbiettività in merito alle considerazioni sull’attuale condizione della nostra Isola. Se lei potesse, cosa cambierebbe?

Non conosco a fondo l’attuale situazione economico/politica della Sardegna pertanto preferisco non esprimermi in tal senso. Quello che però posso dire è che, talvolta, si commette l’errore di credere che la propria realtà sia comune a tutto il mondo. Ovviamente così non è, e questo atteggiamento si riscontra con più frequenza nelle isole - a volte, perfino nel Regno Unito. Credo sia intrinseco del modo di intendere l’insularità stessa che però non deve essere motivo di chiusura al mondo.

3. La Sardegna: periferia d’Europa o centro del Mediterraneo?

Non condivido a pieno nessuna delle due descrizioni. La Sardegna è quel che è, ed ha in sé molte forze. La Sardegna fa parte della Unione Europea e non è certo alla periferia dell’Europa. Fare parte dell'UE conferisce ai sardi dei privilegi preclusi ai cittadini di tutti gli stati UE. Primo fa tutti, la libertà di circolazione negli Stati membri dell’Unione Europea. Un beneficio che troppo spesso si dà per scontato. E quello che tutti i cittadini fuori dall’Unione ci invidiano di più. Non dover sempre chiedere un visto, e vedersi rifiutati, ogni volta che si viaggia, è un grande lusso.

4. In Italia, la mancanza di un sistema meritocratico è molto più pervasiva di quanto non si creda e questa è probabilmente la causa principale dell’attuale situazione di declino sociale e di stallo economico. Nel suo libro Gli Italiani non sono pigri ha diffusamente trattato di questo argomento. Ci può spiegare quali sono gli elementi strutturali e culturali tali per cui non riusciamo a superare questa empasse?

Gli italiani, un po’ come gli arabi, sono un popolo tribale. Nel senso che anche noi, come loro, diamo molta importanza ai rapporti familiari e alle amicizie. Questi elementi, che talvolta acquisiscono maggiore importanza di tutto il resto, uniti ad una marginale fiducia nel sistema, inducono le persone ad aiutare parenti e amici in ogni modo. In sé questo è un atto di grande generosità ma allo stesso tempo è una piccola forma di nepotismo e quindi di ostacolo alla meritocrazia. Ci sono, poi, esempi più o meno scioccanti. Una cosa è dare l’opportunità ad un conoscente. Altra cosa è, invece, introdurre persone non meritevoli in posizioni strategiche solo perché hanno dei legami con la politica. Ma questo aiuto per la famiglia e conoscenti esiste perché lo Stato italiano non sostiene l'individuo come gli stati del Nord Europa. In Italia, la famiglia è spesso l’unica rete di sicurezza che si ha.

Si è anche creata un’idea un po’ rosea di quella che è la meritocrazia. Viene vista solo come antidoto al nepotismo. In Italia non si parla mai delle sorelle gemelle della meritocrazia: Competizione ed Ambizione. Agli Italiani quelle parole suonano male. Sono viste come negative. Ma non può esistere meritocrazia senza vera competizione, e l’ambizione ti spinge a competere.

5. Lei sostiene che ambizione sfrenata e competizione estrema costituiscono gli aspetti non sempre considerati di un sistema meritocratico. Perché non considera come negativi questi due aspetti?

Beh, guarda gli aggettivi che hai usato. Ambizione ‘sfrenata’. Competizione ‘estrema’. Quelle parole negative le hai usate tu, non io. Stravolgerei la domanda in: “Perché in Italia si considerano cosi negativi questi aspetti? Come si può pretendere di parlare di meritocrazia senza parlare di competizione, e della spinta dell'ambizione per migliorare la propria situazione?”

Il fatto stesso che queste parole siano considerate negative indica come la meritocrazia non sia di casa da noi. Ho l'impressione che in Italia questi concetti sappiano un po' di privilegio, mentre invece è l'opposto. Un sistema veramente meritocratico aiuta i meno privilegiati a migliorare la propria situazione. Guarda l'immigrazione italiana del secolo scorso. L'ambizione ha spinto i meno agiati a cercare un futuro migliore in America. Grazie alla competizione e alla meritocrazia ora si sentono cognomi italiani in tutti i vertici della società Statunitense. Vedo la stessa situazione fra i miei colleghi di Al Jazeera, certi dei quali vengono da contesti e paesi poverissimi. Senza ambizione non sarebbero mai usciti dai campi profughi in Etiopia o Pakistan dove erano nati. Si sono messi in gioco. Bisogna rischiare, accettare che fallire fa parte della competizione, e che competere non vuol dire essere egoisti, o calpestare gli altri. Anzi. Un sistema meritocratico è un sistema più giusto per tutti. Sento tanta rabbia in Italia a causa dell'assenza di vera meritocrazia. Perche allora abbiamo paura di competere ed esser ambiziosi? Siamo troppo ambiziosi per perdere occasionalmente? Non stiamo già perdendo tutti in un sistema ingiusto?

6. Sempre in merito al suo libro. Lei conclude l’ultimo capitolo con quello che, a mio avviso, è uno dei più interessanti passi dell’intera opera dove, in merito all’eccessiva e distorta importanza attribuita in Italia alla bellezza femminile, scrive delle considerazioni che potrebbero facilmente applicarsi a diversi altri contesti: “Con l’abitudine tutto finisce col sembrare normale. Ma se si vuole cambiare qualcosa, il primo passo è proprio identificare il problema e smetterla di tollerarlo. Non servono solo nuove leggi o quote rosa. Il cambiamento deve venire dal basso, da tutti noi. Per rendere l’Italia un posto più moderno, più giusto e più bello. Non solo per le donne ma per tutti noi”. Da un certo punto di vista Matteo Renzi sembrerebbe incarnare questa voglia di cambiamento. Secondo lei, per l’Italia, questa è la volta buona?

A mio avviso Matteo Renzi ha delle idee giuste e quantomeno rappresenta per l’Italia una ventata di aria fresca. Il vero problema è il tribalismo italiano, dagli elettori ai giornalisti. Si nota ovunque. Prima dell’inizio di un talk show si sa già come ogni ospite risponderà alle più svariate questioni. Questo danneggia il dibattito nazionale sui cambiamenti da fare. Si pensa prima alla propria famiglia, al proprio partito, alla propria regione invece che pensare alla nazione. Un leader, per quanto carismatico, non può cambiare da solo le cose, ci deve essere dietro la volontà di un intero Paese.

Matteo Renzi è stato capace di prendere in mano il partito ed ora il Paese. Se nemmeno lui dovesse riuscire a catalizzare il consenso e cambiare l’Italia, non ho idea di chi altro possa farlo.

7. Oltre ad aver sfatato il mito degli Italiani pigri, che a suo avviso sarebbero più che altro poco organizzati, se la sente di abbattere qualche altro luogo comune?

Sino a dieci anni fa, i miei amici e coetanei della Sardegna erano soliti replicare alle mie critiche inerenti gli squilibri del sistema italiano dicendo tre cose:

  • Tutto il Mondo è Paese;
  • Le cose in Italia funzionano lo stesso;
  • Le cose in Italia non cambieranno mai.

A distanza di tempo tutti questi luoghi comuni sono stati sfatati.

Non è vero che “Tutto il mondo è paese”. Lo giustifica il fatto che noi Italiani siamo stati colpiti dalla crisi economica in maniera più dura rispetto a molti altri Paesi e che anche la Spagna si sta risollevando più velocemente di noi.

Non è vero che “Le cose in Italia funzionano lo stesso” o per lo meno non è più vero. Per screditare questa tesi è sufficiente costatare che la maggior parte della popolazione si ritrova ad avere molti meno soldi in tasca rispetto al passato.

Non è vero che “Le cose in Italia non cambiano mai”. Le cose, infatti, sono cambiate e lo hanno fatto in peggio. E continueranno a cambiare.

Non c’è nessuna legge divina che conferisce all’Italia il diritto di sedersi al tavolo dei Paesi ricchi. E se l’Italia continua a comportarsi da paese arabo non può pretendere uno stile di vita da paese scandinavo. Quindi, se gli italiani non vogliono cambiare le loro abitudini, non possono pretendere di conservare il tenore di vita al quale erano abituati in passato e che è tipico dei paesi del Nord Europa dove le cose funzionano anche grazie ad una maggiore responsabilità collettiva.

L’Italia non vuole fare questo? Benissimo. Guardiamo allora paesi come la Tunisia e paragoniamoci a loro, invece che alla Germania.

8. Parliamo per un momento di Sardi all’estero. Nel corso della sua variegata esperienza di vita avrà sicuramente avuto modo di avere a che fare con qualcuno di loro. Cos’hanno di diverso rispetto agli altri emigrati?

A dire il vero non so se riuscirò a conservare obiettività nel rispondere a questa domanda, poiché ogni volta che incontro un sardo all’estero è, per me, un po’ come incontrare un cugino. Se dovessi qualificarli con un aggettivo, pur generalizzando, li definirei seri. Hanno un grande senso di responsabilità nei confronti degli impegni presi. La serietà, sopratutto nel mondo del lavoro, è una gran dote. E spesso, all'estero, gli italiani in generale sono visti a tal proposito con sospetto.

9. Quanto e, soprattutto, in cosa si sente sarda?

Al di là dei vari aspetti emotivi che mi legano alla Sardegna, sento di essere sarda proprio a livello etnico. Mentre viaggio per il mondo, o anche quando sono a  Londra, ancor prima di aprir bocca, si vede che sono straniera. Ci sono abituata. Sono cresciuta in Danimarca dove ero l’unica bambina bruna sull’autobus. Invece, ogni volta che atterro all’aeroporto di Elmas, guardandomi intorno vedo persone che mi assomigliano a livello fisico e sento di essere nella mia terra di origine. Forse ai lettori sembrerà una cosa ovvia, ma vi assicuro che dopo una vita all'estero non lo è affatto. Sono fiera di essere sarda e indosso sempre la fede in filigrana.

10. L’ultima domanda è ormai una consuetudine per gli ospiti della rubrica “10 domande a”: Che consiglio si sente di dare ad un giovane sardo?

Gli direi di non lasciarsi abbattere da tutta questa negatività che c’è in giro per l’Italia. Il cambiamento è sempre accompagnato da tante opportunità. Questo è un momento di transizione nel quale l’Italia ha capito che non può più comportarsi come nel passato. Ci sono sempre delle opportunità da cogliere e l'Italia è comunque uno dei Paesi più ricchi al mondo. Non c’è  necessariamente bisogno di scappare all’estero, a Londra per esempio, che comunque non è certo un paradiso. Consiglio di viaggiare per conoscere altre realtà, per poi tornare e cambiare in meglio la Sardegna e l’Italia, che sono fra i luoghi più straordinari al mondo. Siate intraprendenti.

Simone Tatti

(@Simone_Tatti)


 

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