RENZI SILURA IL FISCAL COMPACT

di BENIAMINO MORO

Il Fiscal compact è il termine sintetico con cui si abbrevia il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’Unione Economica e Monetaria (UEM). L’accordo fu preparato come una delle misure urgenti con cui dare una risposta credibile ai mercati contro l’evolversi della crisi finanziaria europea dei debiti sovrani; venne approvato nel 2012 e ratificato dal nostro Paese nel corso dello stesso anno, col governo Monti.

Lo stesso Mario Monti, in una recente intervista al Corriere della Sera, ha spiegato che il Trattato ha avuto a suo tempo «un padre, Mario Draghi, che lanciò l’idea nel dicembre 2011, appena diventato presidente della BCE, e una madre, Angela Merkel, che la spinse politicamente. Draghi doveva accreditarsi presso quel mondo tedesco che era preoccupato per l’arrivo al vertice della BCE di un italiano, sia pure con ottima reputazione». Perciò aveva bisogno di presentarsi agli occhi tedeschi come “falco”, che non era disposto a fare sconti al governo del suo Paese sulle politiche di risanamento del bilancio pubblico e di avvio delle riforme strutturali necessarie ad evitare il default del Paese.

Il primo messaggio in tal senso del nuovo presidente, infatti, fu di smettere di acquistare sul mercato Btp italiani per sostenerne il corso e tenere basso lo spread, che già viaggiava intorno ai 500 punti base.
All’Italia fu offerta la possibilità di ricorrere all’aiuto delle istituzioni europee, ma ciò avrebbe implicato l’arrivo nel Paese della Troika (composta dai rappresentanti dell’Ue, della BCE e del FMI), che avrebbe messo il governo Monti sotto tutela. Il governo decise invece la strada del rigore finanziario, che avrebbe consentito al Paese di superare la crisi finanziaria senza l’aiuto esterno, ma facendo ricorso a una politica di rigore di bilancio, di cui la prima mossa simbolica fu proprio quella di inserire nella Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio previsto dal Fiscal compact, appena ratificato dal nostro Parlamento.
Monti, a ragione, rivendica di aver salvato il Paese dal default, anche a costo di provvedimenti impopolari, come la riforma delle pensioni che porta il nome del ministro Elsa Fornero.
Draghi, dal canto suo, aveva già in mente la strategia che poi avrebbe portato al Quantitative easing, cioè alla ripresa su vasta scala dell’acquisto di titoli pubblici dei Paesi europei per sostenerne i corsi, abbassare gli spread (scudo antispread) e ridurre prima a zero e poi in territorio negativo i tassi d’interesse; politica che per l’Italia si è tradotta in risparmi di decine di miliardi sul servizio del debito pubblico, che oggi molti critici dell’euro dalla memoria corta tendono a dimenticare.
Il suo capolavoro è stato quello di inserire il sostanzioso aiuto dato ai nostri titoli di Stato all’interno di una strategia di politica monetaria ultra espansiva d’interesse generale dell’intera UEM, strategia che non avrebbe mai avuto successo se a sposarla e difenderla non fosse intervenuta lei in persona, la onnipotente cancelliera Angela Merkel. Lo ricordino i detrattori italiani della cancelliera, che vedono nella Germania solo il controllore del rigore contabile dei conti pubblici dei Paesi, come l’Italia, perennemente propensi a fare deficit di bilancio: dando così un contributo di non poco conto all’aumento del rischio che mina la stabilità finanziaria dell’intera Eurozona.
Oggi, il nuovo fronte della polemica aperto da Renzi è costituito dall’inserimento nei trattati europei del Fiscal compact: il segretario del Pd chiede che il governo ponga il veto all’inserimento del Fiscal compact nei Trattati, se la Commissione Ue non da il suo benestare alla proposta dello stesso Renzi di portare il deficit italiano al 2,9% del Pil per i prossimi 5 anni. Senza neanche cogliere la contraddizione del compromesso proposto, in quanto il Fiscal compact esclude che la proposta di Renzi sia minimamente praticabile.
Non a caso, nell’intervista al Corriere Mario Monti, a una specifica domanda del giornalista, risponde che la proposta renziana «appartiene al genere delle improvvisazioni in cui l’annuncio precede la riflessione, come del resto fu la strategia fiscale del governo Renzi, annunciata a un’assemblea Pd a Milano senza che neanche il ministro dell’Economia … ne sapesse nulla».
L’inserimento del Fiscal compact nei Trattati dell’Unione trasformerebbe la natura dell’attuale accordo intergovernativo, innalzandolo a vincolo costituzionale. L’obiettivo è quello di dare vita a una struttura decisionale che sia il più possibile al riparo dagli azzardi del suffragio universale, come ad esempio la formazione di eventuali maggioranze che spingessero un Paese dell’UEM ad uscire dall’euro.
Lo ha spiegato bene Valdis Dombrovskis in un recente articolo pubblicato dal Corriere della Sera, dove il vicepresidente della Commissione Ue sostiene che «la trasposizione del Fiscal compact nel diritto europeo è qualcosa che abbiamo tutti concordato dall’inizio», e indica che «un’applicazione credibile delle regole esistenti è il punto di partenza di qualunque rafforzamento delle istituzioni e degli strumenti dell’area euro». In altri termini, «che senso ha mettersi d’accordo su nuove regole, se non rispetti quelle che esistono?».
Al riguardo, ricordiamo che il Fiscal compact, già in vigore come accordo intergovernativo sin dal 2012, prevede che dopo un periodo di sperimentazione di 5 anni, che scadono a dicembre, venga inserito nei Trattati europei, per rendere ancora più cogenti i vincoli in esso previsti. Nella sostanza, esso vincola i Paesi che lo hanno sottoscritto, come l’Italia, a inserire nella propria legislazione, preferibilmente come norma di rango costituzionale (cosa che l’Italia ha già fatto), il principio del pareggio di bilancio, inteso come rispetto della normativa europea in materia di deficit e riduzione del debito, nonché a introdurre correzioni automatiche quando gli obiettivi di bilancio non sono raggiunti e a sottoporsi ad un automatismo più rigido nell’applicazione delle sanzioni in caso d’infrazione.
La regola del debito, che peraltro era già stata introdotta da un precedente accordo intergovernativo noto come Six Pack, prevede di ridurre di un ventesimo all’anno l’eccedenza del debito oltre il 60% del Pil, regola la cui applicazione, non solo per l’Italia, si sta rivelando estremamente ardua e non univoca. Perciò, non è del tutto peregrina l’idea di sottoporre il Fiscal compact, prima del suo inserimento definitivo nei Trattati europei, ad una revisione concordata, soprattutto nel metodo di calcolo di alcuni parametri come l’output gap (divario tra il reddito effettivo e quello potenziale di un’economia), sulla cui revisione esiste già un accordo informale, proprio su input dato dal nostro ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.
Tuttavia, non possiamo essere noi, come Renzi chiede di fare al governo Gentiloni, a porre un veto in sede intergovernativa contro l’inserimento del Fiscal compact nei Trattati europei. Non si può essere isolati a combattere una battaglia frontale di retroguardia e di questa portata, che pagheremmo cara. Perché con l’annunciata fine della politica di quantitative easing della BCE, non possiamo permetterci di tornare, come fu nel 2011, ad apparire come l’anello debole della situazione, il Paese che non riesce a ridurre neanche di poco il suo debito pubblico, offrendo così il destro ai mercati finanziari di tutto il mondo per attaccare nuovamente i nostri titoli.
Al di là di Renzi, fa specie che questi aspetti del problema non vengano colti dal suo consulente economico, Tommaso Nannicini, che insegna all’Università Bocconi ed ha un’ottima reputazione professionale da difendere. Il professore si limita a ripetere una frase fatta dei fautori del deficit spending, ovvero che «con meno austerità saremmo usciti prima dalla crisi». Sembra la scoperta dell’acqua calda, perché la frase è vera a livello europeo, ma non a livello nazionale. E se noi tornassimo da soli a deficit annui del 2,9%, prima delle istituzioni europee saremmo attaccati dai mercati, che farebbero salire nuovamente lo spread. La risalita dello spread, in breve tempo si mangerebbe i vantaggi ottenuti dall’eventuale allentamento delle regole. Col debito pubblico più alto dell’Eurozona (tolta la Grecia che già è in default mascherato), potrebbe costarci davvero caro dare ai mercati l’impressione che vogliamo sganciarci dalla disciplina di bilancio europea, per avere le mani libere a continuare nelle nostre tradizionali politiche di deficit spending, che già in altre occasioni (ad esempio nel 1992, oltre che nel 2011-12) ci hanno portato proprio a un pelo dal baratro.

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