Renzi vince un round, ma la partita dell’Iva resta aperta per la manovra autunnale

di BENIAMINO MORO*

«Non sempre è chiaro dove finisca il gioco delle parti e cominci un contrasto reale», scrive Massimo Franco sul Corriere della Sera, a proposito della contrapposizione (guerra di nervi?) tra il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e Matteo Renzi.
Formalmente, i termini del contendere riguardano il possibile aumento delle aliquote Iva per consentire un abbassamento del cuneo fiscale sul costo del lavoro. Renzi è stato perentorio al riguardo: «l’Iva non si tocca e non si toccherà. Il Pd è il partito che abbassa le tasse e non le alza», cui a stretto giro Padoan risponde apparentemente conciliante: «L’intendimento del governo nell’impostazione della legge di bilancio prevede di escludere l’aumento delle aliquote Iva, attuando una manovra alternativa».

Nella sostanza, c’è in sottofondo il ronzio insistente che attribuisce al probabile nuovo segretario del Pd l’intenzione di rilanciare il voto per le politiche in autunno, non appena sarà riconfermato segretario a fine mese. E per raggiungere il suo obiettivo va alla ricerca di qualsiasi pretesto utile a mettere in difficoltà il governo.
Così facendo, tuttavia, antepone il suo interesse personale a quello del Paese. E forse anche a quello del suo stesso partito. Renzi si giustifica richiamandosi alla dimensione “politica” della manovra finanziaria, che nella sua visone non può che prevalere su quella “tecnica” di Padoan. Quest’ultimo risponde a tono: «Mi auguro che il dibattito sia franco, con un po’ di analisi tecnica oltre che politica».
Dalla parte del ministro dell’Economia si schierano autorevoli istituzioni indipendenti, nazionali e internazionali, dall’Ufficio parlamentare di Bilancio (UpB) alla Banca d’Italia, dalla Commissione europea alla Bce. Tutte istituzioni che Renzi da mesi considera avversarie. Per l’UpB, l’organismo indipendente di controllo dei conti pubblici, la rinuncia aprioristica a utilizzare l’Iva nella prossima manovra di bilancio rende ancora più vago un quadro programmatico di finanza pubblica che era già «sostanzialmente indefinito».
L’unica cosa certa è che nel 2018 serviranno almeno 17 miliardi di risorse alternative all’aumento dell’Iva per far quadrare i conti. E misure alternative finalizzate al contrasto dell’evasione e alla razionalizzazione delle spese, come ha sostenuto il vice direttore della Banca d’Italia, Federico Signorini, anche se sono obiettivi condivisibili e strategici, non sono sufficienti, perché la possibilità di reperire in questo modo risorse tanto ingenti e in così breve tempo non è sicura. Perciò, conclude il dirigente di Bankitalia, «una riconsiderazione dell’ampio ventaglio delle aliquote Iva non dovrebbe a questo stadio essere esclusa».
Come scrive Massimo Franco, il vertice del Pd non vuole sentir parlare di finanze in bilico, né di manovre pesanti per correggere i conti, e Renzi pretende che Padoan vada a Bruxelles con le «spalle larghe» per difendere questa posizione. Il ministro dell’Economia, come accusano i grillini, si trova perciò «schiacciato tra l’incudine di Renzi e il martello dell’austerity europea». Quanto a Renzi, infine, mentre sostiene che il Pd è rimasto, insieme a Alleanza popolare, l’unico partito europeista a contrastare la deriva populista antieuropea, in realtà non si avvede che il suo antieuropeismo di bilancio è considerato in Europa molto più esplosivo e dirompente di quello dei partiti da lui bocciati come populisti. E crea molti più problemi al Paese di quanto non ne creino Grillo e Salvini.

*docente ordinario Facoltà di Economia Università di Cagliari

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